La dieta parte dalla mente

Psicologia alimentare: quando la dieta parte dalla mente

Se una persona deve perdere peso spesso si sente ripetere che è sufficiente mangiare di meno e fare attività fisica. Niente di più semplice.

Perché allora la maggior parte delle persone non ottiene i risultati sperati?

Il fallimento dell’approccio “dieta e attività fisica”

Sebbene in linea teorica la perdita di peso funzioni proprio in questo modo, un approccio che si basi solo su questi due fattori, considerandoli come gli unici in grado di influenzare il peso e il giusto apporto alimentare, è destinato, nella maggior parte dei casi, a fallire. 

Nonostante si sperimentino nuove diete o programmi alimentari presentati come “infallibili”, i risultati sperati non arrivano, o meglio non si ottengono risultati duraturi.

Dopo la prima dieta molte persone ricominciano a mangiare come prima riprendendo tutti i chili persi, se non di più. Allora ne cominciano un’altra sperando che sia più efficace della precedente.

Il rischio è quello di sottoporsi ciclicamente a periodi di restrizioni alternati a periodi di “libertà” a seguito dei quali ad abbassarsi è solo la propria autostima.

Infatti, se la nuova dieta viene presentata come una soluzione infallibile ecco che, in mancanza di risultati, a sentirsi fallita è la persona che avrebbe dovuto seguire rigidamente le prescrizioni e non è riuscita a farlo. Inevitabilmente sente su di sé la responsabilità di non aver raggiunto un obiettivo ritenuto così semplice e si incolpa di mancanza di volontà. Un pensiero che purtroppo implica un giudizio morale e porta un’enorme quantità di persone a vivere costantemente a dieta (dieting), come se stare a dieta fosse uno stile di vita. 

Oltre all’inevitabile carico di frustrazione che porta con sé una simile convinzione, bisogna considerare quanto essa vada contro i meccanismi innati del nostro organismo. Esso è straordinariamente capace di far fronte alle privazioni, conservando le energie per garantire la nostra sopravvivenza. È ciò che accade durante una dieta che il nostro organismo percepisce come una situazione di carestia (anche se autoimposta) ed entra in una modalità il più possibile di risparmio.

Il dieting è uno stile di vita molto rischioso con conseguenze negative sia sul peso (come le pericolose oscillazioni, dette effetto yo-yo), che su aspetti psicologici:

  • Pensieri ossessivi sul cibo,
  • Credenze errate,
  • Perfezionismo,
  • Ritiro sociale: non si esce con gli amici perché non si può mangiare come loro
  • Disistima: “Se fallisco è colpa mia e non della dieta”
  • Difficoltà a distinguere la fame dalla sazietà: ci si sconnette dal proprio corpo e si perde confidenza con i segnali che ci manda

Inoltre, espone al rischio di sviluppare disturbi alimentari o obesità. Il paradosso delle diete è quello di ottenere l’effetto contrario e di causare una serie di conseguenze da un punto di vista psicologico.

Anche i nutrizionisti si sono accorti che le difficoltà che hanno nel portare a termine un percorso dietetico con certi pazienti non ha a che fare con uno schema alimentare sbagliato, ma riguarda temi di carattere psicologico che portano i pazienti ad abbandonare il percorso.

Quali sono i fattori che influenzano il comportamento alimentare?

Il comportamento alimentare, inteso come la scelta e l’assunzione del cibo, è un comportamento complesso in quanto:

  • è il risultato dell’interazione di fattori interni ed esterni alla persona,
  • è soggetto ad apprendimento,
  • è in costatante cambiamento e si adegua al periodo che la persona sta vivendo.

I fattori interni riguardano:

  • La predisposizione genetica
  • Le condizioni fisiche e patologiche
  • Le condizioni psicologiche come emozioni, credenze, percezioni e sensazioni.

I fattori esterni sono:

  • Fattori ambientali ed economici che riguardano la disponibilità e l’accessibilità del cibo
  • Fattori socio-culturali che riguardano le influenze familiari e sociali, la cultura e la religione.

Ecco perché non si può ridurre il comportamento alimentare a questioni di volontà personale sottoposte ad un giudizio morale. Le persone vengono considerate come incapaci invece di essere accolte nelle loro più profonde esigenze emotive e psicologiche oltre che fisiche.

Non basta dire alle persone cosa mangiare, ma è importante prestare attenzione anche al motivo per cui mangiano in un certo modo e non riescono a mangiare in un altro.

In questo caso il solo schema nutrizionale non è sufficiente, è troppo semplicistico: il nostro comportamento alimentare è estremamente più complesso di un calcolo di calorie che entrano e che escono. 

L’attenzione va spostata dal semplice controllo dell’apporto calorico

 ad uno stile di vita che implichi anche 

gli aspetti psicologici ed emozionali della persona

Lo scopo è raggiungere un cambiamento delle proprie abitudini (non solo alimentari).

Non si parla più di dieta, ma di un nuovo stile di vita che considera la persona nel suo insieme, lavorando non tanto nell’ambito della patologia, ma soprattutto in quello della promozione del benessere.

Viviamo in una società in cui abbiamo molto cibo a disposizione e, paradossalmente passiamo la vita a negarcelo, sacrificandoci in una continua lotta contro noi stessi, il nostro corpo e le nostre esigenze.

I Dieters, le persone che passano la vita a dieta, hanno bisogno di recuperare la consapevolezza di come funziona il proprio corpo. Sono talmente abituate a mangiare sulla base di prescrizioni esterne che ignorano i suoi segnali.

Non lo fanno per mancanza di capacità, per scarsa volontà o disciplina, ma perché si basano su un approccio sbagliato, quello basato solo sul calcolo dei nutrienti.

Una dieta restrittiva imposta dall’esterno non insegna le abilità necessarie affinché la persona diventi in grado di gestire autonomamente la propria condizione e fa perdere il contatto con i proprio corpo e le sue esigenze.

Nella mia esperienza di psicologa che si occupa del comportamento alimentare, cerco innanzi tutto di favorire la consapevolezza dei fattori che influenzano il rapporto con il cibo e l’alimentazione.

La maggior parte delle persone che vedo, in realtà, non ha bisogno di lezioni di psicoeducazione, infatti mi dice spesso: “La teoria la conosco bene, il problema è che non riesco a metterla in pratica”. Questo perché 

il cibo assume significati unici e individuali per ognuno 

che vanno indagati per aiutare la persona a far emergere emozioni, pensieri e motivazioni alla base dei comportamenti alimentari problematici. L’obiettivo è quello di modificare il rapporto con il cibo e con il proprio corpo e sviluppare nuove abitudini che sostengano il benessere.

Ciò che faccio nel mio studio, oltre ad individuare eventuali disturbi dell’alimentazione, è fornire un sostegno psicologico al percorso di cambiamento dello stile di vita e individuo le strategie migliori per affrontare gli ostacoli al cambiamento che, inevitabilmente, si presenteranno.

Ogni persona è capace di prendersi cura di sé, ma a volte dimentica questa sua capacità o la mette in secondo piano, come se la ritenesse meno importante di altre cose che premono per avere attenzione, e questo ha spesso ricadute sul rapporto con il cibo.

Ad esso va restituita la sua funzione nutritiva, senza dimenticare il significato personale che può avere per ognuno. La consapevolezza aiuta a equilibrare queste due parti permettendo di apprezzare e non sacrificare la parte piacevole e conviviale che il cibo può darci.